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Il punto sul carbonio. Chi è più bravo a farlo?

Prendo spunto dall'intervento di un lettore, Giorgio di Vicenza, per parlare, ancora una volta, di fibra di carbonio. Siamo così sicuri che, come decantano i nostri "marchi famosi" siamo i migliori a fare le biciclette e a farle in carbonio?

Dopo averne discusso un po' insieme (si veda in questa pagina l'intervento "Carbonio di marca oppure no?), Giorgio è giunto alla conclusione di "premiare un pò l'impegno di coloro che fanno veramente ricerca e non si accontentano di riempirsi la bocca di parole come "carbonio" ". Più che condivisibile, ma poi, inevitabilmente considera che "sarebbe bello sapere chi effettivamente realizza il prodotto in casa o al limite nella sua nazione e chi invece lo compra quasi confezionato dall'oriente"

Il fatto è che questa domanda è assimilabile a certe domanda imbarazzanti che iniziano a fare i bambini ad una certa età...
La risposta che mi sono dato, essendomela posta anche io, è che sono davvero pochi quelli che il carbonio lo lavorano in casa.
Ovviamente ognuno parla bene dei suoi prodotti e male degli altri. Intervistando sistematicamente i grandi produttori ci si trova di fronte a risposte praticamente sempre uguali. "Io faccio tutto in Italia (o, al limite, in Europa), gli altri comprano in Cina ed è tutto uguale, il mio è migliore". Non si scappa, marchi famosi compresi.
Con un po' di faccia tosta si potrebbe chiedere ad ognuno di farsi mostrare le proprie linee di produzione del carbonio per scoprire che, comunque, anche chi produce in Italia si appoggia a "produttori esterni" lavorando davvero in casa il carbonio solo per quanto riguarda l'assemblaggio dei tubi. A stendere il carbonio negli stampi sono ancora meno.
Insomma, è un po' un gioco delle parti. E a scoprirlo non ci vuole tanto: basterebbe fare un po' di conti per capire come un telaio da 1.000 euro non può avere determinate caratteristiche e non essere d'importazione, a meno che chi lo vende non sia un'opera di beneficenza.

Il dubbio da porsi, piuttosto, è un altro: davvero il carbonio che facciamo noi è migliore di quello che viene dall'Oriente?
Prendiamo Mizuno, ad esempio. Una delle menti del carbonio per biciclette si chiama Andrea Pesenti, italianissimo. Mizuno ha in Italia il centro di progettazione dei telai ma la manodopera è tutta orientale. Il motivo è solamente economico: lì costa meno produrre di quanto non sarebbe qui da noi.
In Italia, ma, allargando, anche in Europa, produrre ha dei costi notevoli ed impiantare una catena costruttiva, per quanto si possa industrializzare un processo, fa lievitare i costi oltre il sostenibile.
In più: tanti che, negli anni passati, hanno iniziato a esportare le loro linee di produzione, hanno, di fatto, addestrato gli Orientali a realizzare prodotti qualitativamente competitivi.
In Europa, come in America, ci sono gli uffici di progettazione per cui si potrebbe dire che è come se il prodotto finito fosse costruito in Europa o in America.
D'altra parte che si preoccupa, comprando un telefonino o un computer, dove questi vengano fisicamente realizzati? Tanto non ci sarebbero molte scelte, il "made in China" (o paesi limitrofi) salterebbe fuori dappertutto.
Il problema, mi spiegava un ingegnere di un marchio famoso, è, caso mai, il controllo qualità. Benché gli standard imposti dai progettisti siano di un certo livello, quel che arriva dall'Oriente è soggetto spesso a un certo scarto. Insomma, "di là" tendono ad essere un po' più di bocca buona e, tornando dalle nostre parti, sta alla serietà dell'azienda stabilire un controllo qualità degno del marchio che vuole difendere.
Periodicamente vengono voci di utenti insoddisfatti con questo o quel telaio che presenta difetti che poi, statisticamente, appaiono piuttosto ripetitivi. Problema del progetto o della realizzazione che sia è comunque l'evidenza che qualcosa non ha funzionato. Sta alla serietà dell'azienda, ancora una volta, farsi carico delle proprie responsabilità e mettere in conto la perdita dovuta alla sostituzione dei pezzi difettati.
Se un telaio costa tanto, d'altra parte, il motivo è anche questo. Nel prezzo finale le aziende mettono gli sforzi di progettazione e produzione (e di pubblicità), ma dovrebbero considerare anche le eventuali perdite dovute a piccoli errori che appaiono piuttosto fisiologici (prima o poi ci cascano tutti). Telai più costosi dunque? Non penso, ai costi attuali dovrebbero già essere coperti da problemi di questo tipo. Il rischio, caso mai, è l'ingordigia.
Insomma, la differenza tra un telaio di marca ed uno sconosciuto non è solo nel livello qualitativo del prodotto in sé. Ci sono telai sconosciuti che hanno ben poco da invidiare a certi modelli di media gamma con nomi blasonati. E' soprattutto nella "garanzia" che viene data sulla qualità che dovrebbe essere la differenza. Per questo, dopo aver pensato a misure, pesi, e qualità meccaniche, sarebbe anche il caso di fare una piccola indagine sul tipo di assistenza post vendita che viene data da quel marchio (e un venditore onesto e smaliziato queste cose deve saperle). L'investimento è importate e trovarsi con un telaio rotto e il produttore che se ne lava le mani (la buona fede del cliente è difficile da dimostrare oggettivamente), non è una sensazione piacevole.
In questo senso abbiamo molto da imparare dagli Americani. Molti marchi importanti d'Oltreoceano tendono a seguire il cliente senza porsi troppe domande certi che il loro operato verrà apprezzato in futuro e il cliente rimarrà fedele, anche a costo di spendere qualcosa in più. In fondo, loro l'hanno capito, non si spendono solo soldi per avere il prodotto più bello e funzionale, ma se ne spende anche qualcuno di più per avere qualcosa di affidabile.

Per altre informazioni sulla fibra di carbonio si veda questa pagina

 

 

 


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