Archive for febbraio, 2006

Riviste, lettori e pubblicità

Posted by GuidoRubino on lunedì, 27 febbraio, 2006

Tra chi scrive e chi legge c’è una differenza.
No, non si tratta di quantità di conoscienze, almeno non sempre (visto che i lettori a volte mi mettono dei dubbi che non avrei mai immaginato), ma, più semplicemente, di approccio verso l’argomento.

Dalla parte del lettore alcune cose appaiono più semplici di quello che sono in realtà. Mi pongo anche io in questo modo di pensare, d’altra parte anche io sono lettore.
Quando si legge di un prodotto ci si pone di fronte ad esso senza sfumature: o è bianco o è nero. Se ne leggono le caratteristiche e dentro di sé si pensa: va bene, ma mi serve oppure no?
E’ bianco oppure nero.

In questi termini il lettore si aspetta di leggere giudizi netti. Il prodotto funziona oppure no. In fondo se non va bene per me perché dovrebbe andar bene agli altri?
Ok, sto generalizzando, ma mi rendo anche conto che spesso le critiche che vengono fuori nascono proprio da un atteggiamento di questo tipo.

D’altra parte è legittimo chiedersi perché sulle riviste specializzate si leggano poche critiche (praticamente nessuna) sui prodotti presentati.
E’ proprio vero che giornalisti e ditte di settore siano sulla stessa barca?
In parte sì, inutile nascondersi. Le ditte sostengono i giornali con la pubblicità che è fonte primaria di sostentamento. Un giornale di settore, per quanto possa vendere, non pagherà mai gli stipendi con i proventi dell’edicola.

E qui già abbiamo dato un risposta. Di quelle che piacciono ai lettori, in questo caso è nera.

Però val la pena ragionare anche in un altro senso.
Quando è il caso di parlare male di un prodotto?
Quando non funziona, ovvio.
In questo caso, ovviamente, le cose si complicano. Se la ditta X produce una forcella Y che mi si rompe in prova, potrei pensare tranquillamente che la forcella Y non sia un buon prodotto. D’altra parte scriverlo su un giornale significa bollare, agli occhi dei lettori, tutte le forcelle Y come non funzionanti, e questo sarebbe dare una notizia imprecisa. Dovrei, quanto meno, testare un altro po’ di forcelle per avere un’idea statistica del problema. Il produttore si potrebbe appellare al fatto che la mia forcella fosse solo un modello sfortunato come, d’altra parte, capita anche nelle migliori famiglie.

I test testati
Il lettore di una rivista di settore vuole sapere come va un prodotto. In definitiva non gli interessano tantissimo i numeri (se non servono a fare un paragone diretto), ma vuole sapere dall’esperto cosa ne pensa, se acquisterebbe quel prodotto a quel prezzo.
In alternativa i numeri devono essere precisi. Ci sono riviste specializzate (non solo italiane) che si affidano a test e banchi di prova.
Attenzione perché anche questi, però, non danno un risultato definitivo. Un prodotto che può risultare vincente ad un test potrebbe non esserlo con un altro. Dipende dagli aspetti che si vogliono mettere in evidenza.
Non si spiegherebbero, altrimenti, le prove certificate che le ditte più importanti portano a sostegno dei loro prodotti.
Se dal singolo componente ci spostiamo alla complessità della bicicletta vista nel suo insieme il test potrebbe risultare ancora più dispersivo.
Il lettore, quindi, continua ad affidarsi al più familiare “che ne pensi” piuttosto che impelagarsi in numeri infiniti. Su questo dovrebbero pensare quei costruttori che si sentono al di sopra delle riviste da affermare che loro i test li fanno fare solo ai laboratori specializzati (salvo poi non mostrare mai numeri).

Tra giusto e sbagliato, però, ci sono anche tante sfumature. Se non leggerete mai su un giornale che un prodotto è sbagliato non vuol dire che il giornale sia “venduto” a quel prodotto. Se proprio ci si trova di fronte ad una eventualità del genere si andrà a contattare il produttore e se proprio gli si deve un favore non si deciderà di parlare di qualcos’altro.
Altrimenti si parlerà del senso di quel prodotto. Un fine, seppur limitato, lo avrà sicuramente.

Termino con un consiglio. Un redattore non boccerà mai definitivamente un prodotto. Però, con un po’ di malizia, saprà scrivere tra le righe i dubbi. Tornando all’esempio di poc’anzi, un prodotto con molte limitazioni potrebbe essere, in definitiva, un giudizio non molto positivo.
Una bici superleggera ma limitata a ciclisti non pesanti non è certo quel che si dice un telaio robusto e affidabile. Evidentemente al di sopra di quel peso non diventerà pericolosa, ma evidenzierà dei limiti meccanici che annullano i vantaggi decantati nelle sue caratteristiche. Attenzione dunque. In fondo nelle riviste c’è scritto molto. Sicuramente non tutto. Ma chi scrive non dimentica quasi mai di essere stato un lettore.
Io, almeno, ci provo.


Bartali, il film

Posted by GuidoRubino on sabato, 4 febbraio, 2006

Ciao a tutti; sono Giorgio da Ancona. Ho letto sul mensile “Ciclismo” di gennaio che tra poco verrà trasmessa sulla Rai la “fiction” (una volta si chiamavano sceneggiati) sulla vita di Bartali. La cosa mi incuriosisce perché, purtroppo data la mia età (66), parte di quei periodi li ho seguiti in diretta. Non vorrei però che fosse una delusione come quella di dieci anni fà sulla vita di un altro grande del ciclismo: Fausto Coppi. Parlo di delusione perché l’interprete di allora non aveva nessuno stile sulla bici, mentre, come tutti sanno, Coppi sembrava nato per stare in sella. Già la foto in copertina è lontana dalla realtà: l’attore fisicamente non assomiglia neanche lontanamente al grande Gino, la ruota anteriore è montata con il bloccaggio a sinistra ed il paesaggio forse non è reale perché trattandosi di una scena del tour a luglio non credo che ci sia la neve. Non giudicaremi troppo criticone, è perché amo troppo il ciclismo e vorrei che qualsiasi!
cosa che riguarda questo sport fosse perfetta! Comunque sicuramente non mi perderò un attimo e sarò in prima fila. Se lo ritenete interessante, fatemi sapere cosa ne pensate. Ciao
Giorgio


Virus o utente?

Posted by GuidoRubino on venerdì, 3 febbraio, 2006

Dovrebbe essere la soluzione finale, quella promessa dal famigerato virus Kamasutra che entra in azione il 3 febbraio. Se siete qui e il vostro computer è in ordine (nel senso che avete ancora i vostri documenti di lavoro, le immagini e tutti gli altri dati inseriti dopo l’acquisto del computer) vuol dire che non avete il virus.
Altrimenti vuol dire che avete ceduto alla tentazione di aprire qualche allegato “pruriginoso” e ora ve ne godete le conseguenze. In un articolo su Corriere.it Marco Pratellesi descrive la minaccia e perdona i cliccatori folli degli allegati perché prima o poi “capita a tutti”.
Mica tanto.
E’ vero che ci sono virus subdoli che si infilano nei pc anche senza cliccare sugli allegati di posta, ma è pure vero che questi sono la minoranza. Il 90 per cento dei virus si attiva proprio aprendo gli allegati.
C’è poco da fare e la colpa è degli utenti. Lo volete capire che non si aprono gli allegati di cui non si conosce la provenienza?
Se non si cliccasse follemente su tutto il cliccabile (e si usasse il computer di lavoro per lavorare, visto che i primi ad essere colpiti dal nuovo virus, in Italia, sono stati proprio i computer degli uffici del comune di Milano) il problema dei virus sarebbe un dettaglio quasi trascurabile.
Ma forse è solo la cultura informatica a mancare. La stessa che fa spendere migliaia di euro a un’azienda per il rinnovo delle macchine e neanche un centesimo per insegnare a usarle ai dipendenti che, più o meno colpevolmente, brancolano nel buio.