La Raclette è un formaggio strano. Se provate a mangiarlo così, a fette, come appena comprato, non è niente di che… anzi, è pure cattivo. Ma mangiato fuso, sopra le patate e magari con un cortorno di carne secca e insalata…
Eccola qui:

Si scalda il formaggio…

Si versa sulle patate

Ecco fatto

Attenzione: la Raclette si mangia solo col vino, se no si blocca la digestione (almeno così mi hanno detto, mi sono adeguato molto volentieri)
Insomma, ve la consiglio!
Va be’, inutile dire che alla scrittura di questo post il tasso alcolico nel sangue è piuttosto elevato.
La soluzione al traffico nelle grandi città potrebbe essere il telelavoro. Quante persone si alzano la mattina per andare al lavoro? Quante di queste persone si vanno a sedere davanti ad una scrivania con un computer ed un telefono e non hanno un contatto diretto con il pubblico? Ecco, tutte queste persone potrebbero lavorare da casa.
Quando si parlò, anni fa, di telelavoro, sembrò una proposta decisamente interessante e rivoluzionaria. E infatti lo era. Tanto innovativa da risultare precoce. Collegare un computer in rete con l’ufficio era roba avveniristica, altro che banda larga.
Oggi le cose sono cambiate e, in fondo, serve solo un po’ di volontà. Un computer per i normali lavori di ufficio costa molto poco, la connessione flat pure. Il telefono… non ne parliamo. In tempi di Skype non venitemi a parlare di costi di telefono.
Ci sono delle leggi da rispettare, è vero: chi lavora a casa deve avere una postazione che corrisponda a determinate caratteristiche di posizione, luminosità e così via. La sicurezza sul lavoro va applicata anche tra le mura domestica, giusto.
Poi pensate al tempo risparmiato. Tempo sottratto al traffico cittadino che torna ad essere scorrevole. Mica è un sogno eh, è fattibilissimo.
E allora perché non si fa?
Mi pare che il limite maggiore sia nella mentalità dei datori di lavoro.
Uno che sta a casa invece di venire a lavorare è visto decisamente male dal datore di lavoro. Come minimo vivrà nel sospetto di cialtroneria, ma i modi per misurare la quantità (e la qualità) del lavoro dei dipendenti ci sono eccome. Si stabiliscono degli obiettivi che entro il tale giorno devono essere raggiunti. Non ci vuole mica tanto.
Dai che si può fare. Parliamone.
Ps
Nell’ultima settimana di pausa forzata dopo l’incidente ho iniziato a lavorare da casa per avere un rientro soft… be’, secondo me ho fatto molto di più che se fossi stato in ufficio.
Nella strage di Ustica c’è tutta l’Italia.
Ci sono vittime innocenti, ci sono personaggi importanti, ci sono poteri occulti, ci sono i processi infiniti, ci sono i media e, soprattutto, c’è la manipolazione della realtà. Pian piano ci sono riusciti. Gli accusati son diventati tutti innocenti. Magari riuscirebbero a dimostrare che non ci sono state neppure le vittime. Ma no, a questo non arriveranno mai. A chi interessa di quelle vittime? Un titolone sui giornali che domani saranno usati per incartare le uova.
Definizione di borsa da donna… Mica facile eh? Con tutte le possibilità che ci sono dettate dalla moda e dalla pratica la borsa da donna è diventata qualsiasi cosa che, con un manico, possa contenere oggetti e sia dedicata al pubblico femminile. Cosa mi importa della borsa da donna? Provate a entrare in un centro commerciale di quelli con la signorina che imbusta tutto ciò che non sia la famigerata “borsa da donna”. Ecco, l’altro giorno mi sono trovato in questa situazione. La borsa che avevo in mano è quella che uso per andare al lavoro: una cartella con manico e, volendo, la tracolla. Non è certo una borsa da donna. E non è neppure enorme, anzi.
Faccio per entrare al centro commerciale e la solerte signorina mi fa: «Quella è da imbustare». Ok, dico io, poi mi guardo intorno.
Vedo passare tranquillamente nel centro commerciale signore e signorine con borse di tutti i tipi e, sopratutto, di tutte le dimensioni. Anche più della mia.
«E quelle?» Chiedo indicando a cosa si riferisce il mio dubbio.
«Quelle sono borse da donna» è la risposta preconfezionata.
Vabbe’, non mi son messo certo a far polemica per una sciocchezza, però poi, ripensandoci, mica m’è piaciuta tanto la risposta.
Insomma, se siete malintenzionati… mettetevi la gonna. Potrebbe aiutare.
Ma non s’era detto che il volume (inteso come livello di sonoro) della pubblicità in tv dovesse essere lo stesso degli altri programmi?
No, perché mi pare che questa regola non sia mai stata rispettata, anzi, negli ultimi tempi, con la tv natalizia, abbiamo assistito ad autentiche esplosioni sonore al momento dei “consigli per gli acquisti”.
È fastidioso, maleducato, contro la legge e, soprattutto, sotto gli occhi di tutti.
Ma che aspettano a farli smettere?
Una soluzione per il salvataggio e la condivisione dei dati tra più computer? L’hard disk di rete. E’ un hard disk esterno in un box che, invece di essere collegato via usb o firewire, viene collegato direttamente alla rete. Se avete un hub di rete (uno sdoppiatore di porte ethernet), magari anche senza fili, tutti i computer di casa o dell’ufficio possono accedere all’hard disk esterno senza necessità che ci sia sempre un computer acceso a fare da server.
Ovviamente la velocità è quella della rete ed è più lenta rispetto ad un collegamento usb 2.0 o firewire: solo 100 Mbps contro i 480 teorici della Usb 2.0 e i 400 (o 800) della firewire. Non è indicata se avete a che fare con file enormi, ma i salvataggi piccoli e un po’ per volta così come avviene tra utenti prudenti è veramente una forza.
Io ho comprato questo, è un box nel quale si inserisce un hard disk (non compreso) da 3,5″. Da Carrefour alla Romanina è costato 74,90 euro.

E vabbe’, ci sono cascato. Alla fine ho visto Basic Instinct 2. Un po’ me l’aspettavo, ma la voglia di una seratina “leggera” mi ha portato ad optare per questo film. Prima di pensare male, però, vi spiego come avviene la scelta di un film da vedere a casa di Guido & Alessandra.
Ci troviamo sempre quasi per caso all’affitto dvd che sta proprio sotto casa. I film si scelgono su un vittolo che fa da canyon tra la nostra tranquilla piazzetta e la vallata che porta sull’Ostiense. D’estate è un piacere scegliere i film perché tira un’arietta fresca che non vi dico. D’inverno (anche se qui continua a essere quasi primavera – di giorno) tira un’arietta fresca che non vi dico. Di quelle che si infilano in qualsiasi fessura delle maniche o del colletto. Sbrighiamoci a scegliere ‘sto film prima di fare la fine del cacciatore di ghiande dell’Era Glaciale…
Inevitabilmente si va sulla sezione “film novità” e qui avviene il tira e molla che vede me segnalare i thriller e i film di fantascienza (anche i peggiori, lo confesso) e mia moglie tirare per quelli sentimental-drammatici-tragici-tristi. Col rischio, se vince lei, di andare a dormire col magone e cattivi pensieri verso il regista.
Oggi ci siamo trovati d’accordo su Basic Instinct 2 mossi dalla curiosità (sua) e dalla curiosità (mia). Le ho separate perché non erano le stesse curiosità 
Be’… che schifezza di film! Vabbe’ un po’ me l’aspettavo ma mi ha stupito lo stesso. E mi ha fatto calare ancora di più la considerazione verso certi giornalisti che scrivono marchet… ehm, articoli per insinuare nel lettore la convinzione che sia un bel film.
L’8 marzo 2006 Corriere.it scriveva:
Lo rivela a Tel Aviv
La Stone rivela: «Nuda in Basic Instinc 2»
In Israele per promuovere azioni di solidarietà, viene stuzzicata sul suo prossimo film, e risponde seccata che la si vedrà senza veli
Con allusioni a chissà che scene e link ammiccanti al “trailer senza veli”. Sulla stessa linea Repubblica.it che parla di “video scandalo”.
In effetti il buon Mereghetti aveva avvisato (sulle pagine di Corriere.it del 31 marzo 2006) che il film è:
Scadentissimo come giallo e deludente come film erotico (diciamolo subito: Sharon Stone non accavalla mai le gambe) […]
Che dire di più? Mi sta bene. Per fortuna che ho buttato solo i due euro dell’affitto del film e non siamo andati al cinema.
Giusto in questi giorni leggevo su un newsgroup di qualcuno che si lamentava dei criteri di assegnazione dei fondi per l’imprenditoria (femminile in questo caso, ma poco importa).
In sostanza il quesito, legittimo, era sul fatto che per accedere a questi fondi si deve dimostrare di avere meno di una certa età (35 anni), di non avere avuto niente a che fare con lavori di una certa importanza. Niente Partita Iva ed altre qualità che, messe tutte insieme, fanno della candidata ideale una possibile perfetta incapace e svogliata ad una qualsiasi forma di lavoro. Una persona che d’un tratto ha un’idea meravigliosa e vincente che riuscirà a mettere in pratica grazie ai soldi che le piovono addosso.
C’è qualcosa che non torna effettivamente.
Andiamo avanti.
La Comunità Europea vuole stimolare lo sviluppo economico dei suoi cittadini. Lo fa stanziando fondi per attività di ogni tipo. Qualche mese fa, un po’ in sordina a dire il vero, c’è stata per gli Istituti Professionali la possibilità di chiedere finanziamenti per migliorare l’inserimento nel lavoro dei propri studenti.
In che modo?
Migliorando la comunicazione tra scuola e mondo del lavoro; dando alle scuole la possibilità di creare delle banche dati con le informazioni e le qualifiche dei propri studenti in modo che le aziende alla ricerca di personale possano sapere dove torvarlo.
Gli stessi fondi davano la possibilità agli Istituti Professionali di darsi una sistemata dal punto di vista informatico mettendo delle postazioni internet nella scuola ecc.
E allora che è successo? Che qualche azienda con l’occhio lungo si è proposta di risolvere il problema alle scuole. Problema che le scuole, a volte, neppure sapevano di avere ma, tant’è, vale sicuramente la pena risolvere.
In pratica l’azienda X va dalla scuola Y e gli dice: «Vuoi avere un sito internet che ti permetta di essere al passo con i tempi e dare più possibilità ai tuoi studenti offrendo servizi favolosi? Vuoi avere delle postazioni internet nella scuola e computer nuovi? Ecco il progetto bell’e pronto secondo quanto offre la Comunità Europea. Tu firmi e noi ti facciamo un bel lavoro senza che tiri fuori una lira, pardon, un’euro.
La proposta è allettante ed anche giusta. Molte nostre scuole hanno proprio bisogno di una svecchiata.
Dov’è il problema? Che i soldi che ogni scuola può ricevere per i proprio progetti sono fino a 100.000 (centomila) euro. Mica male per ogni singola scuola. E indovinate a quanto ammontano i preventivi proposti dalle aziende che fanno siti internet?
Ovviamente vanno a coprire tutto il budget a disposizione, poco importa se per farlo si va a gonfiare opportunamente qualche voce. Per fare un sito (anche se con determinate caratteristiche), realizzare una banca dati e fornire (anche parecchi) computer bastano meno di centomila euro.
Mi scandalizzo? Neanche tanto. Basta vedere una puntata di Report per capire che funziona così a tutti i livelli, con amministrazioni pubbliche che assumono più personale di quanto non ne serva per soddisfare tutte le “segnalazioni” ricevute e poi vanno a pagare (profumatamente) consulenze esterne per fare lavori che il personale assunto non è qualificato a fare.
Sapete che vi dico? È vero, in Italia non c’è crisi. Se sopravviviamo dignitosamente con tutti questi sprechi vuol dire che abbiamo davvero tanti soldi a disposizione. Altro che crisi!
Ecco fatto… come avrete notato appena aperto il blog, la grafica è completamente nuova. È come un quotidiano e… non ero ancora convinto di tenerla quando mi è arrivata subito un’email di conferma da parte di Alberto.
E allora mi sono convinto a lasciarla così. In realtà io, in questo caso, ho fatto ben poco. Ho solo applicato un nuovo template trovato in rete. L’ho giusto modificato un po’ e magari nei prossimi giorni ci metterò ancora le mani.
Ma l’idea mi piace così, anche se si distacca un po’ dalla coerenza grafica del resto del sito…
Concept & Design by Joni Tradotto in italiano da Wolly
L’articolo davanti ai nomi è una cosa nordica, non ci piove. Ma dopo aver sposato una lombarda mi sono accorto che è anche un modo per distinguere le persone.
Non ci sono solo “l’Anna”, “il Gianni”, “il Marco” e così via. Ci sono anche Anna, Gianni e Marco. Sì, proprio così: senza articolo, ma niente confusione, si tratta di altre persone. In sostanza ho scoperto che l’uso dell’articolo definisce delle persone, ma senza articolo se ne indicano altre. Così Anna e l’Anna son due persone diverse. Ancora devo indagare cosa fa sì che a qualcuno scatti l’articolo e a qualcun altro no. Ciao a tutti Un Guido