Ciao Guido.
apprendo ora la notizia del ritiro di Jan Ullrich. Devo dire che sono sgomento. Non me l’aspettavo proprio. Speravo in un suo rabbioso rientro. Un altro suicidio del ciclismo professionistico. Il quale, a questo punto, non so come ed attraverso quali criteri, possa continuare. Almeno nella sua sempre più minata “credibilità”.
Carlo
Si è trattato di un parto decisamente lungo. Molto di più del previsto almeno. Finalmente, però, siamo on line. Chi? Come chi? Tutti noi, gli Italiani.
Oggi è stato pubblicato ufficialmente il sito che ci annuncia al mondo: www.italia.it. Fateci un salto se ci riuscite.
Come se ci riuscite.
Be’ sì, che volete, il sito è giovane e ancora deve essere definito in molte parti. D’altra parte si sa, i nostri governanti non sono proprio giovani (vale per l’una come per l’altra parte eh, centro ed estremisti compresi – così, per par condicio).
Allora che hanno fatto? Be’, ma è logico. Hanno fatto fare il sito a chi un po’ smanetta su internet, ci han messo un po’ di contenuti e anche qualche animazione. Che sono tanto belle tutte quelle cose colorate che si muovono sullo schermo. Sembra la tivvù.
Italia.it è on line.
In Italia c’è una legge poi: si chiama Accessibilità e prevede certe regole per i siti pubblici. Devono essere accessibili. Significa, per farla breve e senza scendere nei dettagli, che un sito accessibile deve essere fruibile anche con computer vecchi e non dotati di tecnologie all’ultimo grido. I testi devono essere ben leggibili e la navigazione deve sottostare a determinate regole.
Sì, vabbe’, considerate sempre che siamo in Italia e rispettare tutte le regole dell’accesibilità è cosa se non impossibile per lo meno difficile perché poi ne esca anche un sito con qualcosa dentro.
Però un minimo.
Allora, se già avete cliccato sul link di Italia.it, avrete visto che proprio accessibile quel sito non è. Almeno ora.
Avranno risparmiato? Certo con la crisi economica in fondo è anche giusto e, d’altra parte, se si cerca l’Italia su Google di idee se ne trovano di tutti i tipi. Uno straniero che volesse visitare il nostro paese non avrebbe difficoltà a trovare millemila siti e informazioni nella sua lingua (pensatene una qualsiasi: c’è).
Però Italia.it inizia a farsi largo on line. Magari il turismo nel nostro paese ne avrà beneficio.
Ok, ma quanto è costato il tutto?
Reggetevi e, se non lo siete già, mettetevi seduti: 45.000.000 di euro: quarantacinquemilionidieuro/00.
Oh, mica me lo sono inventato: leggete qui.
Ora dico… con queste cifre io qualche programmatore bravo (ma bravo davvero) lo conosco. Anche qualche grafico. Per non parlare poi di professoresse di Storia dell’Arte e di ogni altra scienza di cui in Italia abbiamo fatto storia.
45 milioni di euro bastano per far vivere un team ben assortito di una ventina di persone per un paio di generazioni.
In Italia, con 45 milioni di euro, hanno fatto questo.
www.italia.it
Ah, la testata è un po’ troppo alta, e se non avete una risoluzione dello schermo elevata vi toccherà scendere un po’ per trovare i contenuti. Però non prendetevela, è un sito giovane in fondo…
Il Festival è salvo. La finanziaria è stata modificata quel poco che basta per consentire di pagare i compensi d’oro di Pippo Baudo e Michelle Hunziker… Poverini, se no col fischio che ci andavano per due lire, ops, due euro.
Io quest’anno non guarderò neppure cinque minuti di Festival.
Per quanto mi riguarda possono chiudure qui.
Finalmente ho visto la fiction su Pantani. La prima cosa che mi ha stupito è stato scoprire che si è svolto tutto in un’unica puntata. Ok, si può fare tutto.
Poi iniziamo con i commenti.
In questi giorni, a dire il vero, ne ho letti parecchi di commenti e critiche on line. Dal Pantani giovanissimo che pedala in mezzo ad automobili modernissime ai riferimenti storici un po’ azzardati. Da tecnico del settore ho apprezzato la rispondenza delle biciclette a quelle vere che usava Marco (con poche pecche).
Però Pantani era diverso. D’accordo che descrivere qualcuno ancora così “presente” nella memoria di tutti è cosa difficile, ma quel Pantani della fiction mi è parso troppo introverso e triste. Sembrava già da ragazzino presagire la sua tragica fine. Pantani era diverso, era un tipo allegro e anche confusionario e la sua Christine non era italiana.
Poi ci sono un paio di figure che vengono completamente ignorate. Da Luciano Pezzi alla Ronchi, personaggi apprezzati molto (il primo) e un po’ discussi (la seconda) ma comunque importanti nel suo essere campione e uomo. Invece c’era un Francesco in più, il suo amico del cuore che forse riassumeva i tanti che hanno cercato di stare vicino a Pantani fino all’ultimo.
Poi, anche in questa fiction c’è un assente ingiustificato: il ciclismo. Raccontare la storia di un campione dello sport, secondo me, non può prescindere dal passare per il suo sport e le gesta per cui il campione è diventato tale.
Non bastava il tempo? Si facevano due puntate, oppure si prendeva solo un pezzo della vita di Pantani senza avere la pretesa di raccontarla tutta. Ne è risultato invece un elenco di episodi neppure troppo legati tra loro in cui la parte più commovente l’hanno recitata i compagni di squadra che con Marco han corso davvero e diviso momenti più e meno felici. Chissà cosa dev’essere stato per loro mettersi lì a quel tavolo e dire “Dai Panta” come hanno fatto tante volte.
Pantani si è fatto amare per le sue imprese solitarie e vittoriose che hanno esaltato la fantasia di tutti (anche dei non italiani, pensate un po’). Il pur bravo Ravello (in certe pedalate era Pantani sputato) ha fatto vedere poco di tutto l’allenamento in bici che ha fatto per impersonare il corridore di Cesenatico.
No, non mi è piaciuto. Mi è sembrato il temino fatto dallo studente diligente a caccia del buon voto. In questa fiction è mancato il ciclismo, ma è mancato anche l’uomo.
Dai che ce la sto facendo.
Il nuovo computer mi pare fare molto bene il suo dovere. Sono anche riuscito a reimportare tutti i dati che avevo sul mac (non senza litigare con un paio di dischi esterni formattati mac che il pc non vede manco da lontano). Il problema resta, come al solito, per la posta e la rubrica.
La posta è un problema storico. La compatibilità tra i programmi di posta è un sogno di difficile realizzazione. Mi chiedo come mai, di mille utility che esistono per le due piattaforme, non ce ne siano di buone e semplici per interpretare i messaggi di posta dei vari programmi e portarli da uno all’altro. Sarà anche un problema di brevetti o che so io ma insomma… è un miraggio.
Con la rubrica devo litigare ancora ma, tutto sommato, penso di riuscire a risolvere….
Intanto ho ripreso a rispondere alle domande accumulate. Se entro una settimana qualcuno sarà ancora senza risposta vi prego di riscrivermi. Qualche pezzo l’ho lasciato sicuramente per strada sul vecchio computer.
Niente paura per la privacy comunque. I dischi che non riesco a recuperare procederò comunque a formattarli.
Poi pian piano ricomincio anche ad aggiornare il sito. Non so quanto riuscirò in questi giorni però, visto che ho un bel po’ di lavoro accumulato che dovrò smaltire al più presto.
Grazie a tutti per la pazienza intanto.
Ormai dovrei esserci. È una sorta di passaggio epocale l’acquisto appena fatto. Son tornato a Windows e alle sue piccole pecche, ma a dispetto di una mela che è risultata un po’ marcia (vedi post precedente).
Ho iniziato anche a smaltire la posta e, con un po’ di pazienza recupero anche quella abbandonata nei giorni scorsi.
Disservizio è una parola con cui non vorremmo mai scontrarci. A me è capitato oggi quando, all’accensione, il computer mi ha accolto con un trionfo di righe multicolori sullo schermo. Rapido consulto con l’assistenza, pausa pranzo da loro e una sentenza: la scheda madre è andata.
Ora non sarebbe un disastro se:
Il computer non fosse un portatile
Il computer non fosse un Apple
Il computer non avesse più di un anno
Apple non fosse un po’… come dire… vabbe’ l’avete capito.
Sui portatili i pezzi costano di più: ma qui per cambiare la scheda ci vogliono quasi 800 euro, tutto compreso.
Apple riconosce la garanzia di un solo anno dall’acquisto. E qui a maggio scadono i due anni.
Apple riconosce un anno di garanzia e un secondo anno è a carico del rivenditore.
Il rivenditore non riconosce garanzia insiema ad Apple se il computer non ha mai avuto difetti. Se fosse già stato in assistenza nel primo anno la garanzia sarebbe riconosciuta.
Una normativa europea dice che la garanzia è di due anni… e senza troppi palleggiamenti. Ovviamente il mio buon avvocato ha già carta e penna in mano.
Apple si fa pagare cari i computer ma, di fatto, non offre un’assistenza all’altezza del suo nome. Su un computer pagato 1.700 euro non mi posso aspettare una durata inferiore ai due anni. Se devo buttarlo entro due anni tanto vale che mi faccia un pc qualsiasi a 700 euro e me lo ricompri ogni due anni… Oltre ad avere un computer sempre nuovo avrei pure più soldi in tasca (e due anni di garanzia senza troppe storie).
Ad Apple, evidentemente, non interessa fidelizzare i clienti.
Stavo per comprare un iMac per casa e sono convinto di prendere un pc ormai. Almeno lì dentro le mani so mettercele anche io.
Se si rompe la scheda madre di un pc fisso si cambia con poco. Le schede madri di un fisso Mac costano un botto lo stesso.
Hanno perso una vendita.
Il mio prossimo portatile che marca sarà?
Hanno perso due vendite….
E i miei colleghi del giornale, tutti Mac dipendenti, sono lì a tremare dopo l’anno di buon funzionamento dei loro computer personali. Anche loro mica li hanno pagati con i soldi che scadono… e non pochi naturalmente.
Insomma… per ora questo disservizio si rifletterà anche sul sito su cui potrò lavorare con meno intensità di sempre.
Mi scuso per questo con tutti e mi auguro di ritornare presto al 100 per cento.
Nel frattempo se qualcuno dovesse trovarsi una scheda madre di un Powerbook G4 12″ 1.500 per le mani… batta un colpo.
A presto
Guido