Certo che chiamare “tappone dolomitico”una frazione del Giro d’Italia come quella di oggi fa un po’ tenerezza. Tappone dolomitico sa di epica del ciclismo, di avventure in bici che si intrecciano su salite lunghe e difficili che si inseguono una dopo l’altra. Sa di corridori che vanno in crisi e di classifica che tende a stravolgersi, confermando chi sta bene e punendo chi incappa nella giornataccia.
Una corsa col botto insomma, mentre la Cuneo Pinerolo di oggi sa di petardo un po’ umido. Due salite come il Moncenisio e il Sestriere che non hanno fatto poi troppi danni. E comunque troppo lontane dal traguardo per poter pensare ad azioni epiche.
Nel ciclismo moderno puoi mettere anche una salita a tremila metri, ma se è a più di cinquanta chilometri dal traguardo serve a ben poco. In discesa si recupera troppo, ormai s’è capito. E sforzi da pagare con gli interessi nessuno che lotta per la classifica si azzarda a farli. Tant’è che poi queste corsette si risolvono nel finale. Tant’è che lo stesso Di Luca, oggi, ha paragonato la sua corsa come quella di una classica. E infatti ha vinto come in una classica: più con la tattica che con la forza.
E le montagne del Giro finiscono qui. O quasi. Di arrivi in salita c’è ora Monte Petrano, che non penso farà tragedie e il Vesuvio. Ci sarebbe anche il Blockhaus che però è una tappa monca: nei chilometri e nella salita finale (di cui han tagliato gli ultimi chilometri, quelli più duri dove davvero poteva succedere qualcosa).
Vedremo. La parola adesso sembra passare di più alle crono. Quella di dopodomani preoccupa per lunghezza e percorso. Pare che ci siano dei passaggi piuttosto pericolosi, e se i ciclisti si sono spaventati per le vie di Milano potrebbero non superare un percorso che pare sia davvero tortuoso in alcuni tratti.
Finiscono così le salitone del Giro. Forse al mio giudizio negativo concorre anche il lavoro della Rai. Dopo aver coperto dall’inizio alla fine (su Rapisport Più) tappe teoricamente più insignificanti, oggi hanno pensato bene di prendere la linea nella discesa del Moncenisio (già scalato quindi) e darla via (per il Tg Sport) per buona parte del Sestriere.
Chissà che alternativa? Sì, una partita di biliardo, registrata tra l’altro, di cui (perché alla fine avevo spento) non abbiano trasmesso neppure la fine. Neanche questa soddisfazione quindi…
In Italia la televisione la fa l’auditel. Quando un conduttore è intervistato per commentare il suo programma dice, prima di tutto: “abbiamo avuto tanti telespettatori, lo share è stato questo, l’Auditel ci ha premiati…” poi forse dice pure: “è un bel programma, i contenuti e bla bla bla”.
D’altra parte Auditel=valore pubblicitario della trasmissione. Pubblicità= soldi e la tv commerciale non può non andare appresso al denaro.
A questo punto, però, non parliamo più di televisione educativa. La televisione educativa è quella che offre contenuti in grado di migliorare la cultura. Creare spunti di riflessione. E, badate, non deve essere mica noiosa.
Invece, andando appresso all’auditel, si seguono gli istinti, anche quelli più bassi, della popolazione. La televisione (sia pubblica che privata) è diventata uno spunto per guardoni e curiosità morbose. E più bassi istinti si soddisfano e più l’Auditel cresce. Più l’Auditel premia più si continuano a fare programmi di quel tipo.
Un cafone come Sgarbi è stato una vera manna per questo tipo di televisione. Se c’è la litigata in diretta va benissimo, altro che spegnere le telecamere. Scaviamo pure nei sentimenti di chi gli è appena morto un figlio. Chiediamogli come si sente. Ma come si deve sentire?
Ovvio che così facendo chi vuole vedere tv di qualità va inevitabilmente su quella a pagamento.
E allora il cerchio si chiude. Ma per favore non facciamo finta di scandalizzarci.
La prima puntata dell’Isola dei famosi è iniziata col botto. Cecchi Paone ha fatto il cavallo pazzo come se l’avessero trascinato lì per forza e contro la sua volontà. Risultato: litigata in diretta con la Ventura.
Poi Miss Italia.
Manco a dirlo la Goggi esordisce con una litigata con Mike Bongiorno. Non ho ancora visto com’è andata ma in fondo sembra il replay dell’isola.
Il dubbio è legittimo: e se l’avessero fatto apposta per attirare attenzione su trasmissioni che interessano sempre meno?
Perché no. Certo è probabile. E tutta questa violenza verso cui spinge la televisione. Non vorrei che un giorno, un brutto giorno, a qualcuno venisse in mente anche di sparare…
Il Festival è salvo. La finanziaria è stata modificata quel poco che basta per consentire di pagare i compensi d’oro di Pippo Baudo e Michelle Hunziker… Poverini, se no col fischio che ci andavano per due lire, ops, due euro.
Io quest’anno non guarderò neppure cinque minuti di Festival.
Per quanto mi riguarda possono chiudure qui.
Finalmente ho visto la fiction su Pantani. La prima cosa che mi ha stupito è stato scoprire che si è svolto tutto in un’unica puntata. Ok, si può fare tutto.
Poi iniziamo con i commenti.
In questi giorni, a dire il vero, ne ho letti parecchi di commenti e critiche on line. Dal Pantani giovanissimo che pedala in mezzo ad automobili modernissime ai riferimenti storici un po’ azzardati. Da tecnico del settore ho apprezzato la rispondenza delle biciclette a quelle vere che usava Marco (con poche pecche).
Però Pantani era diverso. D’accordo che descrivere qualcuno ancora così “presente” nella memoria di tutti è cosa difficile, ma quel Pantani della fiction mi è parso troppo introverso e triste. Sembrava già da ragazzino presagire la sua tragica fine. Pantani era diverso, era un tipo allegro e anche confusionario e la sua Christine non era italiana.
Poi ci sono un paio di figure che vengono completamente ignorate. Da Luciano Pezzi alla Ronchi, personaggi apprezzati molto (il primo) e un po’ discussi (la seconda) ma comunque importanti nel suo essere campione e uomo. Invece c’era un Francesco in più, il suo amico del cuore che forse riassumeva i tanti che hanno cercato di stare vicino a Pantani fino all’ultimo.
Poi, anche in questa fiction c’è un assente ingiustificato: il ciclismo. Raccontare la storia di un campione dello sport, secondo me, non può prescindere dal passare per il suo sport e le gesta per cui il campione è diventato tale.
Non bastava il tempo? Si facevano due puntate, oppure si prendeva solo un pezzo della vita di Pantani senza avere la pretesa di raccontarla tutta. Ne è risultato invece un elenco di episodi neppure troppo legati tra loro in cui la parte più commovente l’hanno recitata i compagni di squadra che con Marco han corso davvero e diviso momenti più e meno felici. Chissà cosa dev’essere stato per loro mettersi lì a quel tavolo e dire “Dai Panta” come hanno fatto tante volte.
Pantani si è fatto amare per le sue imprese solitarie e vittoriose che hanno esaltato la fantasia di tutti (anche dei non italiani, pensate un po’). Il pur bravo Ravello (in certe pedalate era Pantani sputato) ha fatto vedere poco di tutto l’allenamento in bici che ha fatto per impersonare il corridore di Cesenatico.
No, non mi è piaciuto. Mi è sembrato il temino fatto dallo studente diligente a caccia del buon voto. In questa fiction è mancato il ciclismo, ma è mancato anche l’uomo.
Ma non s’era detto che il volume (inteso come livello di sonoro) della pubblicità in tv dovesse essere lo stesso degli altri programmi?
No, perché mi pare che questa regola non sia mai stata rispettata, anzi, negli ultimi tempi, con la tv natalizia, abbiamo assistito ad autentiche esplosioni sonore al momento dei “consigli per gli acquisti”.
È fastidioso, maleducato, contro la legge e, soprattutto, sotto gli occhi di tutti.
Ma che aspettano a farli smettere?