Romanesco e inglese accomunati dalla stessa sorte?

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Il dialetto romano sta scomparendo, così come sta scomparendo l’inglese raffinato.
Qualche giorno fa, di passaggio a Londra, parlavo con qualcuno non inglese dell’inglese. Facile, diceva lui, sono quattro regole in croce, lo possono parlare tutti ed è facile. A dire il vero non è proprio così. Non sono certo uno che parla bene inglese, ma se ti leggi Shakespeare, magari scopri che anche l’inglese può essere un po’ più complicato di come lo parliamo noi non inglesi. Ma non serve neanche andare così lontano per trovare un inglese più complesso e (almeno per me) decisamente più difficile di quelle “quattro regole in croce”.

Volando molto più in basso ecco che il romano, anzi, il romanesco sta facendo la stessa fine dell’inglese.

No, il romanesco non è quell’insieme di doppie e messe e tolte a caso che parlano i miei (pur buoni) amici lombardi. Abbiate pazienza, è così e non si scappa. D’altra parte se provo a parlare lombardo io l’effetto è lo stesso eh. Non ci provo neppure.

Poi il romano ha anche i suoi modi di dire. La mia battaglia per far capire il vero significato di “sticazzi” e “mecojoni” (chissenefrega e stupore un po’ canzonatorio, rispettivamente) è quasi perduta.
Però, a Roma, ho trovato questo libretto qui. Se proprio volete cimentarvi, almeno, studiate.
Anzi: accurturateve!

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