Quando pedalavo per Gildo

Gildo una volta mi tolse di peso dalla bicicletta per adagiarmi sul furgone, quando avevo finito una corsa senza quasi mangiare e tagliai il traguardo non so come, sfinito. 
Gildo che quando mi aveva seguito in quella cronometro che arrivai terzo, si era così entusiasmato nel vedermi andare forte, riprendendo prestissimo quello partito prima di me, che mi urlava da dietro anche più del dolore che sentivo nelle gambe.
Gildo, che le riunioni della squadra si facevano al ristorante da lui e poi si finiva con una pizza se il giorno dopo non si correva e, al massimo, una cocacola.
Gildo sorrideva e stava zitto quando, sul furgone di ritorno dalle corse, noi parlavamo cinque minuti della gara e dopo si dilagava su altro, quasi a senso unico. A 20 anni è normale così.
Da Gildo si andava il giorno dopo a raccontargli la corsa quando non poteva venire, ma lui sapeva già tutto. E se era andata bene esordiva con un “oh regazzi’, mi hanno detto che ieri hai camminato”. Altrimenti faceva comunque un sorriso. La squadra la sosteneva per passione, mica per i risultati. E continuavo a passarci pure quando non avevo più la sua maglia.
Gildo si chiama Ermenegildo, e la cosa mi ha sempre fatto sorridere un po’. Avevo detto che prima o poi sarei passato a trovarlo per un saluto e magari un’altra pizza.
Mannaggiammè che non ho fatto più in tempo. E quello che resta mi dicono che non serva più.

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