Sanremo nei giorni del festival vive di spensierata allegria. Che non riguarda solo il teatro e i fortunati e i ricchi che se lo possono permettere (o amici come Diana de Marsanich che mi raccontano cose da gente col pass che mi spaccia notizie e curiosità).
È tutto il contorno che diventa festa.
Chissà se sono i fiori, la primavera che si intravede, o le canzoni. C’è chi canta per strada, gruppetti di ragazzi che intonano i loro idoli sperando di incontrarli davanti agli alberghi, chi li espone in una gigantografia, chi si mette lì a suonare e vendere cd fatti in casa. È il festival della canzone in senso lato, più fuori, libero, che dentro come appare sempre un po’ imbalsamato e qualche guizzo.
Sanremo convive col festival con eleganza, gentilezza e pochi inciampi. Le persone sono cordiali e sorridenti, se possono si fermano a scambiare due parole (saranno molto stretti i varesini da far apparire i sanremesi larghi, che si diceva dei liguri @lucanatale70 ?).
I più stressati sono i negozianti presi d’assalto, quasi dimenticando che quell’ammazzata di una settimana probabilmente li ripaga per un bel po’. Però poi vai dal ferramenta a fare le chiavi e ti mostra quella cassettiera di cento anni fa e ti racconta come si recuperavano le scatole di legno della pasta da mandare Oltreoceano. Ci sono ancora i marchi se estrai i cassetti e guarda che non c’è un tarlo, chissà come li trattavano.
Sanremo è confusione e poi il silenzio della domenica mattina, quando i ciclisti si riappropriano della ciclabile, le casse si spengono a favore dello sciabordio dell’acqua e le nuvole si specchiano sul mare al posto delle dive nei camerini.
Posti liberi al bar, si può fare colazione in strada e ormai non c’è più la gente col pass.
Il pass è il vero mattatore di Sanremo durante il Festival. Se vuoi essere qualcuno devi mostrarne almeno uno. Se ne hai di più, vale di più. Senza sei popolo e plebe. Ogni pass che si rispetti ha i legittimi e gli abusivi. Gente che lavora davvero e gente che mostra. Quelli che lo mostrano li riconosci subito, si aggirano con finta fretta ed espressione scocciata di antica noia. Come a dire che loro lì non ci sarebbero voluti venire, ma devono e si degnano di confondersi con la plebe a patto che questa li osservi ammirata, in quanto portatori, mica tanto sani, di pass. L’anno prossimo, magari, ne recupero uno dello Zecchino d’Oro del 1975. Tanto basta avere appeso qualcosa al collo.
Io ho ritrovato un mio quasi omonimo, almeno nella firma, che mi ha riportato alla Sanremo che conoscevo. Quella della corsa, la sgroppata in un solo giorno in bicicletta che parte da Pavia, novella Milano. Ci sarà spazio per quella.
Sanremo già attende, il popolo ligure sa che è fortuna e non è scocciato.
Sorride.













