La difficoltà del giornalismo moderno? La prima che è stata individuata è la perdita di funzione per le informazioni che si trovano davvero ovunque. Una volta erano un bene centellinato. Quel che è venuto fuori al convegno per giornalisti che si è tenuto il 24 gennaio a Varese, un dialogo tra Riccardo Sorrentino, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia e Roberto Antonini, direttore della Scuola di giornalismo della Svizzera Italiana sono venute fuori due cose principalmente. La prima è che in questo scenario non manca la notizia, ma la capacità di comprendere, orientarsi e distinguere. La seconda, ma quanti giornalisti ci sono a Varese! Giacché non credo che si siano spostati in tanti per arrivare in questo angolo a Nord Ovest con allerta neve in corso.
Torniamo a noi.
Il dubbio: se tutti producono contenuti, a cosa serve ancora chi, per mestiere, informa?
Velocità, automazione e metriche digitali hanno portato a svuotare il senso della professione laddove si cercava proprio il contrario. E allora che si fa?
L’attenzione è la nuova moneta, e i suoi effetti collaterali
Nel nuovo ecosistema informativo, il vero bene scarso è l’attenzione. Politica, media, influencer e piattaforme competono sullo stesso terreno, alimentando una corsa alla visibilità che ha effetti sulla qualità del discorso pubblico. L’attenzione digitale è intermittente, impaziente, intollerante alla complessità. Favorisce giudizi rapidi (guardate i commenti social), rafforza le appartenenze.
In questo contesto, anche strumenti nati per migliorare l’informazione rischiano effetti perversi. Sorrentino ha messo in evidenza come anche il fact checking finisce per implodere in questo meccanismo. Ripetere una notizia falsa per smentirla può rafforzarla, anziché indebolirla. Il risultato è una distorsione strutturale: più informazione non significa automaticamente più consapevolezza, né più democrazia.

La trappola delle metriche e il giornalismo dello “strano ma vero”
La dipendenza dai click ha orientato molte redazioni verso un modello che privilegia l’eccezionale, l’anomalo, il sensazionale. L’eccezione dell’“uomo che morde il cane”, che attira per la sua stranezza, è diventata sistema. I media si riempiono di eventi singolari, mentre la struttura profonda dei fenomeni fatica a emergere. A furia di guardare e leggere le curiosità si finisce col tralasciare le notizie principali finendo con erodere la credibilità stessa del giornalismo.
Il tema era generale, ma è facile rapportarlo alla propria realtà: restano pochi a consumarsi le scarpe. Altri sono seduti a rimasticare notizie cercandone di trovare lo spunto per farle appetitose e cercare un’attenzione effimera. Una scorciatoia usata da molti improvvisati ma in cui è scivolata anche qualche testata importante, col risultato di annacquare anche i contenuti veri che pure offre (o offriva, ahiloro).
Il confronto svizzero, pregi e difetti
Roberto Antonini ha fatto un confronto interessante tra giornalismo (e deontologia) in Svizzera rispetto all’Italia. Interessante il modo di fare cronaca evitando la pornografia mediatica, quella dell’andare a chiedere a un padre come si sente per aver perduto il figlio e altre informazioni che non aggiungono nulla alla notizia ma soddisfano solo una curiosità che regala qualche clic. Addirittura ha puntato il dito contro il rivelare il nome stesso degli autori di crimini se non sono interessanti per la notizia “cosa ci interessa sapere che il nome del criminale ai fini della notizia? Anzi, c’è il rischio che possano avere conseguenze i suoi familiari innocenti, e così via”.
Molto critico, invece, per altre situazioni in cui il giornalismo svizzero rimane più superficiale senza approfondire. L’esempio del momento è stata la tragedia di Crans Montana, dove a una gestione molto discutibile della giustizia (i risvolti sociali, nel Vallese, sono ai limiti del mafioso, a quanto ha descritto), non ha fatto contrasto un altolà giornalistico come invece è avvenuto dal’Italia, portando anche a richieste di approfondimento istituzionali.
Intelligenza artificiale: strumento controverso, ma non scorciatoia
In questo quadro si inserisce il tema dell’intelligenza artificiale, affrontato senza entusiasmi salvifici né rifiuti ideologici. L’IA non è il nemico del giornalismo, ma nemmeno la sua salvezza. Usata per sostituire la scrittura o il pensiero critico, peggiora il lavoro. Usata bene, lo allunga, ha ammonito Sorrentino, senza riscuotere, a dire il vero, molto successo nei partecipanti.
Traduzioni, trascrizioni, correzione di bozze, analisi del testo a posteriori: qui l’IA può diventare un alleato prezioso.
Resta importante, però, sapere di che si parla, perché l’intelligenza artificiale va indirizzata e considerata sempre una macchina. La bravura nel saperla usare è soprattutto nel saper fare le domande giuste.
Soprattutto, la conclusione è sempre la stessa. Il giornalista che teme di essere sostituito dall’intelligenza artificiale, semplicemente, non sta facendo bene il proprio lavoro, l’autorevolezza e la capacità di mettersi in gioco con le idee sono alla base di un lavoro che non rischia di essere disarcionato da un sistema statistico e logico. Resta la confusione che si crea verso lettori che non sono in grado, troppo spesso, di distinguere tra quantità e autorevolezza.






