Notizie lampo e fiducia al minimo: ecco l’Italia dell’informazione usa e getta

Solo il 39 per cento degli italiani dichiara di essere “molto” o “estremamente” interessato alle notizie. Nel 2016 la percentuale era di 70 punti.
Che tragedia è successa per questo tracollo?

Sono stato a sentire una conferenza a Glocal, la bella iniziativa di VareseNews che ai giornalisti fa comodo perché dà tanti crediti formativi e a tutti gli altri potrebbe interessare perché ci sono temi da non trascurare.
E infatti eravamo in 12 ad ascoltare. Forse volevamo riflettere l’interesse degli italiani per le notizie.

Interessati alle notizie ma velocemente

Eppure, ci ha detto Paolo Piacenza, tra gli autori del Digital News Report Italia 2025, curato dal Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” dell’Università di Torino, il 59 per cento degli intervistati ha dichiarato di consultare le notizie più volte al giorno. Non è un numero da poco eh, è tra le percentuali più alte d’Europa.
E allora?

“L’Italia è ultima per interesse, ma seconda per frequenza – ha osservato Piacenza – segno che la relazione con l’informazione è diventata più automatica, quasi nevrotica. Ci informiamo di continuo, ma non sempre per reale curiosità o per partecipazione civica.”

Il sondaggio, condotto da YouGov su un campione rappresentativo di 2.008 italiani, evidenzia anche come l’interesse per le notizie tenda a crescere con l’età, il reddito e il livello d’istruzione, e sia più alto tra chi si colloca a sinistra nello spettro politico. Tuttavia, i giovani – pur meno interessati – restano molto attivi nel consumo informativo, soprattutto attraverso piattaforme digitali e social network.

Ecco, qui mi sono venute in mente le mie figlie che, nella mia lotta titanica di cercare di far commentare loro qualche notizia su un quotidiano nazionale, mi rispondono che comunque le notizie le vedono sui social network (è vero!)
Solo che non le approfondiscono neppure quando potrebbero interessargli. Questo, però, è un difetto che vedo migliorare con l’età. Quanti adolescenti dei “nostri tempi” leggevano il giornale che girava per casa? Pochi probabilmente, e quei pochi spesso si fermavano ai titoli. Ci siamo insomma, più o meno.

Crescendo, apunto, vedo che la voglia di approfondire c’è.
Il problema, a questo punto e secondo la ricerca, è il come.

La televisione resta la prima fonte, ma cresce l’intermediazione

A dieci anni dall’avvio del Digital News Report, la televisione conserva un ruolo dominante nel panorama informativo italiano. Il 66% la usa almeno una volta alla settimana per informarsi e il 51% la considera la propria fonte principale.
“L’Italia è l’unico Paese, tra quelli analizzati, dove la TV resta al primo posto,” ha spiegato Piacenza. “È una tradizione culturale profonda: la televisione non è solo un mezzo, ma un’abitudine di fiducia.”

Digital news report italia 2025
Eravamo quattro amici al bar

Tuttavia, l’ecosistema digitale avanza. I social media rappresentano oggi la seconda fonte di informazione (17%), seguiti dai siti di testate giornalistiche online (8%) e dalle testate radiotelevisive in versione web (5%).
Il dato più significativo è però la trasformazione delle modalità d’accesso: solo il 16% accede alle notizie digitando direttamente l’indirizzo di un giornale, mentre cresce il peso dei motori di ricerca (20%), dei social (22%) e degli aggregatori (9%).
In altre parole, le piattaforme decidono sempre più cosa vediamo e quando.

L’ascesa dei media nativi digitali e dei nuovi linguaggi

All’interno del panorama online, il rapporto registra l’emergere di testate native digitali e creator informativi.
Il caso più emblematico è quello di Fanpage, che risulta la testata più seguita tra gli under 35 e una delle principali anche sul totale nazionale. Seguono RepubblicaSkyTg24Il Corriere della Sera online e l’ANSA, mentre piattaforme come TikTok e Instagram si affermano come nuovi canali di accesso alle notizie, soprattutto tra i più giovani.

“Le piattaforme testuali restano centrali per la diffusione di contenuti informativi – ha osservato Piacenza – ma cresce il peso dei linguaggi visuali e brevi, come quelli di TikTok e Reels, che richiedono una nuova grammatica del racconto giornalistico.”

Be’, qui il commento mi viene facile: si preferiscono i social più rapidi, dove non c’è da scrivere molto col rischio di non esserne nemmeno capaci (i temi!) Più facile far vedere e farsi vedere che magari si diventa pure famosi.

Figuriamoci i podcast

Il rapporto nota che solo il 6% degli italiani usa i podcast per informarsi e il 4% i chatbot di intelligenza artificiale, ma l’inclusione di queste voci nel questionario indica una tendenza destinata a crescere.

Fiducia: lieve risalita, ma resta la sfida più grande

Dopo anni di calo, la fiducia nelle notizie torna a salire leggermente (i complottisti hanno fatto rete), passando dal 34% al 36%. Il valore resta basso, ma rappresenta un’inversione di tendenza che mi piace sottolineare.
Le donne mostrano livelli di fiducia maggiori (38%) rispetto agli uomini (33%), e i lettori di centrosinistra sono i più inclini a credere nei media (e qui, prima di urlare facendo il tifo, occorre far notare, purtroppo, che c’entra il livello di scolarizzazione. Ne dico di seguito).
Le testate percepite come meno schierate – ANSA, La Stampa, Il Sole 24 Ore, La7 – mantengono la fiducia più alta, mentre i giornali locali e regionali risultano i più credibili nel complesso.
“I quotidiani di territorio restano un presidio di fiducia – ha spiegato Piacenza – perché vengono percepiti come vicini alla vita reale delle persone e parlanoi di fatti direttamente riscontrabili.”

Disinformazione e alfabetizzazione mediatica: l’anello debole

La preoccupazione per la disinformazione cresce leggermente, toccando il 54%, ma resta più bassa rispetto a Paesi come Stati Uniti (sugli USA e la diffusione della coscienza dell’informazione e della cultura ci sarebbe da dire) e Regno Unito.
Gli italiani indicano come principali veicoli di notizie false influencer (42%) e politici (37%), seguiti dai governi stranieri (32%) e dagli stessi giornalisti (28%), un dato che riflette la crisi di fiducia generalizzata nell’ecosistema informativo.

Il rapporto sottolinea anche il ritardo italiano nella news literacy, ossia la capacità di orientarsi e verificare le fonti. Solo il 17% degli intervistati ha partecipato ad attività di alfabetizzazione mediatica. “È un nodo culturale – ha commentato Piacenza – senza una formazione diffusa, la sfiducia non si colma e la disinformazione trova terreno fertile.”

I giornali locali sono considerati affidabili

Un dato incoraggiante arriva dal fronte locale: l’81% degli italiani dichiara di interessarsi all’informazione di prossimità.
“È un segnale forte – ha aggiunto Piacenza – perché le persone cercano ancora un giornalismo che parli di comunità, che racconti il territorio e che restituisca un senso di realtà concreta.”
La fiducia verso i quotidiani locali resta elevata proprio perché questi mezzi sono percepiti come parte integrante della comunità, capaci di un linguaggio meno urlato e più orientato ai fatti.

Il giornalismo tra IA, nuovi formati e responsabilità

L’edizione 2025 del Digital News Report dedica ampio spazio anche all’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro giornalistico e sulle abitudini di consumo.
Gli utenti mostrano curiosità, ma anche cautela: la maggioranza si dice a disagio di fronte all’uso dell’IA per scrivere articoli o personalizzare l’offerta informativa.
“L’innovazione – si legge nel rapporto – non può sostituire la fiducia. Gli strumenti contano, ma a fare la differenza è ancora il giornalismo di qualità.”
E meno male.

Fiducia in calo verso i giornalisti? colpa nostra

Qui c’è un nodo che considero fondamentale. Fino a qualche lustro fa dire “l’ho letto sul giornale” o “lo ha detto la televisione”, intendendo un giornalista in tv, certificava l’affidabilità della notizia. Se oggi questa sicurezza è in calo drastico qualche domanda, l’Ordine dei Giornalisti, dovrebbe porsela.

Ci sono troppe notizie fasulle, poco affidabili, scritte solo per attirare l’attenzione, che circolano su testate giornalistiche registrate. Il nodo, a mio avviso, è proprio qui.

Oggi per registrare una testata è sufficiente sbrigare un po’ di burocrazia, qualche centinaio di euro in bolli e un giornalista a fare da direttore. Poi si può scrivere praticamente di tutto e all’Ordine le cose arrivano poco (va fatta una segnalazione diretta) e comunque a frittata già fatta. Lo spartiacque dovrebbe essere a monte: è una testata registrata? Allora è affidabile. Si tratta di blog e altre cose scritte per sacrosanta libertà di espressione? Ok, ma sappiamo che potrebbero essere fallaci, non verificate. Inaffidabili.

Come rendere affidabile l’informazione ufficiale, cioè su testate registrate in tribunale? Con maggiore controllo da parte dell’Ordine alla fonte, al momento della registrazione. I modi, sono sicuro, si trovano. E non si tratta nemmeno di fare fuori tutti quelli che scrivono senza avere un tesserino come pure piacerebbe a chi si sente minacciato sapendo di essere meno bravo di chi la tessera non ce l’ha (è così, non si scappa). Si tratta di rendere affidabile la testata che poi, a sua responsabilità, può far scrivere chi ritenga opportuno e con il giusto controllo giornalistico. 

Inutile girarci intorno, il nodo è tutto qui.

Per scaricare il Digital News Report Italia 2025 (da cui ho tratto alcuni grafici) andate qui: https://mastergiornalismotorino.it/progetti/digital-news-report-italia/

Permalink link a questo articolo: https://www.guidorubino.com/notizie-lampo-e-fiducia-al-minimo-ecco-litalia-dellinformazione-usa-e-getta/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.